Sei sei appassionato di lingua giapponese avrai certamente già sentito parlare di kanji, hiragana e katakana. Queste tre categorie rappresentano i sistemi di scrittura giapponese (senza tener conto dei caratteri latini, chiamati in giapponese rōmaji), aventi una propria origine e funzione specifica. Vediamo insieme come si usano, partendo da qualche cenno storico.

L’origine della scrittura giapponese

I tre sistemi di scrittura giapponese sono nati in un’epoca piuttosto recente, se consideriamo che in altri paesi asiatici, come ad esempio la Cina, la scrittura era già presente diversi secoli prima della venuta di Cristo.
 Secondo la tradizione, la scrittura è comparsa in Giappone solo nel V secolo d.C. proprio con l’introduzione dei caratteri cinesi, e ve ne vollero altri tre affinché la prima opera storicamente attestata in lingua giapponese fosse redatta.

Il fatto è che adattare dei caratteri pensati per le componenti di una lingua come il cinese ad una di tutt’altra tipologia non era un’impresa semplice. Ragion per cui alcuni caratteri corrispondenti a certe parole o concetti in cinese vennero riadattati al giapponese per similitudine di suono (ossia senza tener conto del loro significato originale), altri per il significato (ossia letti con la pronuncia giapponese sebbene fosse totalmente diversa da quella originale) ed altri, invece, inventati da zero.

Vi erano molti casi in cui parti del discorso grammaticali del giapponese, come ad esempio le particelle di sostegno ai complementi o le desinenze verbali, non avevano caratteri cinesi corrispondenti. In questi casi, si ricorreva, dunque, all’uso di caratteri preventivamente selezionati che venivano usati solo in qualità di segni fonetici per rappresentare specifici suoni del giapponese indipendentemente dal loro significato originale in cinese. Ecco, dunque, spiegato perché un kanji possa essere letto in cento modi diversi, e perché si dice che neppure i giapponesi stessi siano in grado di leggere sempre correttamente la propria lingua.

I kana

Ovviamente, i giapponesi si accorsero ben presto che un sistema così confusionario in cui la lettura di una parola cambiava continuamente a seconda del contesto, ed alcuni caratteri, sebbene in lingua originale esprimessero un determinato concetto, avessero in giapponese un ruolo unicamente grammaticale non avrebbe mai potuto funzionare. Si rese così necessaria l’ideazione di un nuovo sistema di scrittura che potesse quantomeno risolvere il problema della resa delle parti grammaticali. Da qui alla creazione dei due sillabari kana, i cosiddetti hiragana e katakana, il passo fu breve. Molto più semplici dei kanji, i due alfabeti sillabici erano composti da simboli privi di significato, la cui funzione era unicamente fonetica.

È interessante sapere che, secondo la tradizione, i due sillabari kana sarebbero stati ideati nel periodo Heian (794-1185) dalle dame di corte le quali, non avendo accesso all’istruzione, non potevano imparare il cinese che era la lingua usata allora in letteratura. I kana vengono per questo chiamati anche onna moji (女文字 おんなもじ), ossia scrittura femminile. Oltre 50 nelle fasi sperimentali, nel 1900 i kana furono ridotti a 48 segni per ciascuno dei due sistemi.

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Tabella Hiragana

Hiragana

Hiragana significa letteralmente kana “semplice”, e viene usato per parole native giapponesi e particelle grammaticali. Ci sono, ad oggi, in tutto 46 segni di base, se non contiamo anche i diacritici. Ogni suono in giapponese corrisponde a una sillaba, e gli studenti a scuola imparano prima gli hiragana, e poi katakana e kanji.

Negli hiragana viene usato anche per il furigana (ふりがな), o yomigana (読み仮名), ovvero la lettura dei kanji, che a volte può ostica anche per gli stessi giapponesi madrelingua.

L’hiragana è, inoltre, usato come okurigana (送り仮名), o suffisso alla fine della radice dei kanji, che serve a coniugare verbi, aggettivi o altre parole particolarmente complicate da leggere solo in kanji. Questi caratteri giapponesi possono anche essere modificati aggiungendo il segno dakuten ( ゙) o handakuten ( ゚), insomma i due trattini in alto a destra della sillaba, o il pallino per capirci.

Tabella katakana

Katakana

Katakana significa letteralmente “kana frammentario”, usato principalmente per le parole di origine straniera, le onomatopee e i prestiti linguistici. Un esempio di onomatopea è girigiri (ギリギリ), scritta in katakana, che significa “essere appena in tempo, arrivare all’ultimo momento” ad un appuntamento, o prima che si chiuda la porta del treno.

I prestiti linguistici, o gairaigo (外来語), sono parole straniere trascritte in giapponese, come banana (バナナ). Lo stesso vale per i nostri nomi italiani, che devono essere scritti in katakana. Imparare a scrivere il tuo nome in katakana sarà probabilmente una delle prime cose che farai a scuola in Giappone, dato che ti servirà per firmare i compiti o i libri scolastici.

Kanji in un manga

Kanji

Ci sono migliaia di kanji attualmente in uso, ognuno con un proprio significato, e uno stesso kanji può avere diverse letture, a seconda del contesto. Prendiamo l’esempio di 今日 che si può leggere kyō, inteso come “oggi”, ma anche konnichi, che vuol dire “recentemente”, o konnichiwa, il classico saluto giapponese.

Le diverse letture dei kanji sono chiamate onyomi e kunyomi. La onyomi (音読み) è la lettura che viene dal suono, di derivazione cinese, mentre la kunyomi (訓読み) è la lettura che viene dal significato, nativa giapponese.

Nel sistema scolastico in Giappone alle scuole elementari, medie e superiori si imparano 2000 jyoyo kanji (常用漢字), ovvero i kanji usati nella vita di tutti i giorni. E sono proprio quei kanji che ti serviranno per superare il livello più alto del JLPT. Ci sono, poi, oltre 50,000 kanji, di uso meno comune, ma che fanno comunque parte della lingua giapponese.

L’uso dei caratteri giapponesi oggi

Nella redazione di testi, il giapponese odierno prevede l’uso di tutti e tre i sistemi contemporaneamente, attraverso un metodo che i nipponici chiamano kanji kana majiri (漢字仮名交じり), ossia “misto di kanji e kana”. In questo metodo, i kanji hanno la funzione di rappresentare tutte quelle parole e radici di parole che esprimano un concetto o un significato, l’hiragana le parti funzionali della lingua come particelle e desinenze (ma anche per trascrivere alcune parole di origine giapponese), mentre il katakana ha la funzione di trascrivere le parole di origine straniera.

Naturalmente, esistono delle regole ben precise riguardo alle modalità di utilizzo dei sistemi nel linguaggio scritto. Tuttavia, è anche vero che in opere come i manga, negli annunci promozionali, nella messaggistica istantanea la lingua giapponese offre molta libertà di espressione, così che diventa possibile scrivere un testo interamente in hiragana, oppure trascrivere in katakana quelle parole di origine giapponese che si intende evidenziare in un certo contesto.

Questa è, in soldoni, la storia dei sistemi di scrittura giapponese. Certo, il discorso è molto più lungo e complesso per riuscire a spiegarlo minuziosamente in un articolo così breve, ma esistono scuole di lingua che ti aiuteranno ad impararli al meglio, per acquisire un ottimo livello di giapponese.

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