Dacché sono un’appassionata di Giappone, ho dovuto spesso confrontarmi con molti impervi ostacoli, primo tra cui capire che cosa passi esattamente per la testa dei suoi peculiari abitanti quando ricorrono a tutte quelle particelle da attaccare ai nomi, i cosiddetti suffissi onorifici giapponesi. Perché mai, sebbene il loro uso corrisponda a delle ben precise regole, molto spesso queste vengano del tutto ignorate, mandando in confusione noi poveri amanti della lingua nipponica che ogni giorno cerchiamo disperatamente di capirci qualcosa.

In questo articolo vorrei provare a spiegare quali sono i meccanismi socio-linguistici latenti in base ai quali i giapponesi hanno sistematicamente bisogno di usufruire dei suffissi onorifici.

Perché esistono i suffissi onorifici

I più usati suffissi onorifici giapponesi sono –san, –kun, –chan, -senpai e –sama, poste dopo un nome proprio di persona. È sul termine “onorifico” che vorrei si ponga l’attenzione, poiché è quella la chiave per comprendere il segreto di questo sistema comunicativo tanto complesso.

Il Giappone si fonda su un rigido schema gerarchico verticale, costruito su criteri quali età, status sociale e via dicendo. A seconda, dunque, della professione, della mansione ricoperta in un istituto, del grado di anzianità, ci si può trovare in una condizione di superiorità, inferiorità o neutralità rispetto ad un altro individuo. Si tratta, più che altro, di una questione di rispetto dei relativi ruoli all’interno di uno stesso contesto comunitario (famigliare, lavorativo), che per i giapponesi rappresenta il principio fondamentale su cui dovrebbe basarsi una società ideale. Tutti questi fattori si riflettono poi sulla produzione linguistica, dando origine a diverse categorie di linguaggio, che possono essere più o meno formali. I suffissi onorifici giapponesi rientrano in queste categorie, variando non solo relativamente al binomio, ma anche a seconda di fattori quali grado di confidenza, provenienza, educazione e sesso di parlante ed interlocutore.

Bene, adesso che abbiamo a nostra disposizione tutti gli elementi necessari per comprendere il mistero dei suffissi onorifici giapponesi, possiamo finalmente spiegare cosa significano, quando si usano, come si usano e quali sono le eventuali eccezioni.

Suffissi onorifici giapponesi

I principali suffissi onorifici giapponesi

Cominciamo dal più informale di tutti, ossia il suffisso -chan. Si tratta, infatti, di un alterativo affettuoso, utilizzato indiscriminatamente da coetanei o senpai maschi e femmine per rivolgersi a giovani donne – di età compresa tra i tredici e i ventun anni – con cui si abbia una grande familiarità, o da adulti per rivolgersi a bambini di ambo i sessi. In quanto estranei alla cultura giapponese, e il più delle volte fuorviati dal linguaggio di anime e manga, cadiamo spesso nell’errore di affibbiare ingenuamente -chan al nome di qualsiasi nipponico con cui abbiamo avuto il piacere di interloquire per più di due minuti, ma andrebbe in realtà evitato per non rischiare di sembrare rudi nei confronti di persone delle quali, tutto sommato, non sappiamo poi molto.

Con chi non conosciamo bene sarebbe molto più opportuno ricorrere al suffisso -san, invece; è tra i più neutri, ha un livello di formalità che spazia tra medio ed alto, e può essere utilizzato da tutti e verso tutti coloro con cui si abbia poca familiarità, indipendentemente dal sesso, dall’età e dalla posizione sociale.

Molto più specifico è, invece, il caso di -kun, suffisso esclusivamente maschile destinato ad adolescenti o giovani uomini, ed adoperato tanto da coetanee che abbiano poca confidenza con l’interlocutore, quanto da senpai (ma anche adulti ed insegnanti) per rivolgersi ai propri allievi, in ambito scolastico e lavorativo.

Particolare è pure l’uso di -sama, che è il più solenne di tutti. Si utilizza, infatti, in certi contesti formali per rivolgersi ad individui con uno status particolarmente elevato… come i clienti, ad esempio! Avete mai sentito il detto giapponese “Il cliente è Kamisama (“Dio”)”?

Queste sono le regole generali, ma l’uso dei suffissi è, in verità, più intricato di così e di ardua interpretazione. Ad esempio, quando lavoravo a Shinjuku, il mio giovane capo usava -chan per rivolgersi a tutte le dipendenti tranne una, mia pari e coetanea, alla quale si rivolgeva come “Rie-san”. Ancora, il proprietario dell’azienda chiamava il manager ultra-quarantenne “Īda-kun”, ignorando bellamente ogni criterio pre-impostato! Il motivo è che, accanto alla regola generale, risiedono anche fattori psicologici. Forse il mio capo percepiva Rie-san con più estraneità rispetto al resto del gruppo, mentre nel cuore del proprietario il manager restava ancora quel giovane allievo che aveva accolto nella sua impresa anni prima.

Dopotutto, la maniera di confrontarci col prossimo dipende, in primis, da come noi ci poniamo nei sui confronti, non trovi?

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