Ogni tempio shintoista in Giappone è legato a un rituale ben preciso, e a ciò che viene appunto chiamato shintoismo ovvero quell’insieme di credenze e rituali relativi alla sfera religiosa giapponese.

In realtà, pensare allo shintoismo come ad una religione sarebbe un grosso errore. Il termine “religione” è più facilmente associabile alla credenza in un Dio venerato dagli uomini a cui ha dato la vita, un concetto completamente estraneo alle credenze giapponesi. Shintoismo è uno stile di vita che è parte intrinseca della quotidianità giapponese e di cui il pensiero nipponico è permeato.

I kami (神, かみ), o divinità, sono molto meglio assimilabili a degli spiriti benevoli che vivono in natura, in perfetta comunione con la sfera mortale. Affascinati dagli uomini, se trattati con rispetto, donano loro in cambio salute, fortuna e buoni risultati nelle imprese.

I cancelli rossi

Il confine tra il regno degli uomini e quello dei kami è il torii (鳥居), ossia il cancello d’ingresso al tempio shintoista che rappresenta il passaggio dal profano al sacro. Accedere ad un jinja (神社) vuol dire accedere alla casa di un kami, per cui è usanza inchinarsi una prima volta all’atto di varcarne la soglia, ed una seconda volta quando la visita al tempio è terminata.

Cancelli rossi di un santuario shintoista

Camminare lungo il sandō

Il sandō (参道) è il percorso che conduce al luogo più interno, dunque il più sacro, del complesso templare (haiden). Il suo punto d’origine è il torii, mentre quello d’arrivo è l’altare dov’è custodita la divinità. Attraversare il sandō ha un significato profondo, poiché simboleggia il sentiero dell’esistenza umana, lo sforzo e il sacrificio.

Camminare lungo il sandō non è un atto così scontato, e richiede una conoscenza profonda della spiritualità giapponese. Il centro del percorso è, difatti, dedicato al passaggio del kami, dunque è premura del fedele attraversarlo lungo il fianco. Se dovesse, però, essere necessario per qualche motivo camminare al centro, è rispettoso farlo col capo chinato.

Il processo di preghiera del sanpai

Una volta raggiunto lo haiden, il visitatore si prepara a porgere il suo saluto al kami. Questo passaggio devozionale in cui offre alla divinità le proprie suppliche viene chiamato sanpai (参拝, さんぱい), e si riferisce all’intero processo di preghiera.

  1. All’esterno dello haiden, il kami viene dapprima riverito con un profondo inchino.
  2. Il visitatore si reca poi al padiglione di abluzione, chiamato chōzuya (手水舎) o temizuya, per lavar via dal corpo le impurità del mondo profano (misogi). L’acqua santa viene fatta scorrere sulla mano sinistra usando lo hishaku, un mestolo di bambù, tenuto con la mano destra. Lo stesso passaggio viene, poi, ripetuto per purificare la mano destra. Si riprende, ora, lo hishaku con la mano destra per riempire la sinistra d’acqua che verrà usata per lavare la bocca. Nuovamente la mano sinistra dovrà essere purificata lasciando scorrere l’acqua, versata con la destra. A questo punto, lo hishaku dovrà essere posto verticalmente per lasciar cadere l’acqua che purificherà il manico. Infine, lo hishaku verrà rimesso al proprio posto, con la parte concava rivolta verso il basso.
  3. Portata a termine la purificazione, il visitatore procederà verso l’altare, inchinandosi.
  4. Una volta dinnanzi alla parte frontale dell’altare, si inchinerà di fronte al saisenbako, la cassetta devozionale, dove offrirà al kami 5 yen (goen, 五円). Anche quest’offerta ha un significato profondo; il suono della parola “goen” è simile a quello dell’omonima “goen”, ma scritta con i kanji 
di “fato, destino” (ご縁). Vuol dire, dunque, pregare per ricevere fortuna.
  5. Fatta l’offerta, il fedele tirerà la corda per far suonare la campana che scaccerà le entità malvage. Due profondi inchini con le braccia dritte ai lati del corpo, due battiti di mano, una preghiera silenziosa ed un ultimo inchino (nirei-nihakushu-ichirei) sono il passaggio finale del rituale.

Finita la preghiera, è usanza giapponese acquistare un omamori (amuleto di protezione) o un omikuji.

Omikuji at the Japanese Shinto Shrine

Omikuji

Si chiamano omikuji (御神籤, おみくじ) quelle strisce di carta recanti una predizione divina pescate a caso per conoscere la propria sorte in diversi ambiti della vita quotidiana (amore, salute, lavoro, studio…). Possono essere acquistati tramite distributori automatici, o scuotendo scatole di legno da cui uscirà un bastoncino col numero corrispondente all’oracolo di carta che sarà poi consegnato al visitatore. Cinque sono i livelli di fortuna a cui il fedele può aspirare, ovvero grande fortuna (大吉 daikichi), buona fortuna (吉 kichi), media fortuna (中吉 chūkichi), piccola fortuna (小吉 shōkichi) e sfortuna (凶 kyō). A seconda del risultato, il visitatore può decidere di portare con sé il biglietto così che la predizione si avveri, o legarlo (in caso di pessima sorte) ad un luogo apposito nel complesso.

Confesso che, pur non essendo molto credente, recarmi in un tempio shintoista e pregare i kami mi rilassa. È un momento per ricongiungersi alla natura, che non ha nulla a che fare con suppliche, peccati e sensi di colpa tipici della religione cattolica.

Pregare in Giappone è un’arte elegante e raffinata attraverso cui ricordarsi che facciamo tutti parte di un inesauribile ciclo vitale.

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